LA MENTE OLTRE LA TATTICA: 5 domande a ROBERTO BOSCAGLIA (allenatore Novara Calcio)

Fari puntati su Roberto Boscaglia artefice del “miracolo” Trapani, da sempre molto sensibile all’aspetto mentale, tanto che ne ha fatto uno dei suoi capisaldi del suo “modus operandi” di allenatore.

1. Partiamo dalla tua carriera da allenatore, che ti ha portato dai campionati dilettantistici siciliani alla ribalta nazionale del campionato di serie B, attraverso quello che è universalmente riconosciuto come il “miracolo Trapani”. Che ricordi hai del tuo percorso?
I ricordi sono tanti, ma se dovessi fare una copertina dello stesso percorso direi che la cosa più importante che io abbia fatto e che ha reso possibile il miracolo Trapani è stato il fatto di non aver resistito al richiamo della foresta ed aver mollato tutto in accordo con la mia famiglia per inseguire il mio sogno, partendo dall’Akragas.
Il ricordo più vivo che serbo, in mezzo a quelli dei tanti successi ottenuti è sicuramente quel credere fermamente alla realizzazione di tutto questo.

2. Come è cambiato il tuo modo di approcciare la professione durante questo percorso?
L’approccio alla professione è cambiato pochissimo. Nel calcio cambiano le categorie, i contesti, i giocatori, gli stadi dove vai a giocare. Il mio approccio è molto simile a quello che avevo nei dilettanti, ma dal punto di vista dell’approccio psicologico devi essere pronto ad affrontare giocatori provenienti da categorie importanti, gente professionalmente preparata, disciplinata o meno.
Oltre all’aggiornamento tecnico, che è doveroso nel salire di categoria, è necessario evolvere dal punto di vista mentale, poiché si ha a che fare con giocatori con interessi, anche economici, molto importanti, e quindi bisogna prestare ai rapporti con gli stessi attenzione ed apertura mentale.

3. Cosa ne pensi della figura dell’allenatore nel panorama calcistico attuale? Cosa pensi delle figure che devono supportarlo, con quali criteri le scegli?
Credo che la figura dell’allenatore dei campionati italiani in questo momento differisca fra società e società, alcune delle quali puntano su determinati allenatori e ne fanno il punto di riferimento dell’area tecnica, altre non sanno perché lo scelgono.
Deve esserci una sinergia incredibile fra allenatore e direttore, allenatore che diventa il punto di riferimento di quello che succede all’interno della squadra. Per quanto riguarda chi supporta gli allenatori, io credo che esistano due diverse situazioni: lo staff tecnico, che sceglie l’allenatore, che deve essere bravo a scegliere gente “non bella ma brava”, che abbiano idee, forse anche contrastanti con quelle dello stesso allenatore, ma, che leggendo bene i momenti, le sappiano mettere sul tavolo; c’è poi la compagine dirigenziale che deve supportare l’allenatore e non metterlo alla mercè della piazza.

4. Abbiamo avuto modo di seguirti in alcuni seminari, dove hai raccontato la fantastica esperienza della promozione in serie B col Trapani, dove hai sottolineato un aspetto molto interessante: parlasti della “leva del dolore” dovuto alla mancata promozione dell’anno precedente, sfuggita al termine di una incredibile partita col Lanciano, spiegando che questo meccanismo, oltre ad essere un fantastico pungolo, fu anche un discrimine nella scelta dei giocatori che hanno poi composto la rosa. Puoi descriverci questo meccanismo?
Il meccanismo è abbastanza semplice per chi fa questo mestiere…
Nella vita di tutti i giorni, la crescita avviene attraverso gli errori ce portano “dolori” che non vogliono essere provati di nuovo.
La leva del dolore è importantissima perché se hai la consapevolezza di poter trasformare il dolore in piacere, puoi raggiungere obiettivi che ti sono magari sfuggiti precedentemente. L’annata in cui perdemmo la B ai play off, provammo un gran dolore anche alla fine della regular season, dove fummo superati dallo Spezia all’ultima giornata. La scelta di prendere giocatori che avessero provato dolore come noi, in particolare che avevano perso i playoff in altre squadre, fu fatta per poter “parlare la stessa lingua” all’interno dello spogliatoio, per avere un obiettivo unico, trasformare quel dolore provato, anche in squadre diverse, in piacere… e riuscirci è stata la cosa più bella che potevamo fare.

5. Quali competenze deve sviluppare un allenatore per emergere nel calcio professionistico e non solo? Su cosa stai lavorando nella tua crescita personale per raggiungere quello che non può non essere un tuo obiettivo, la serie A?
Ognuno di noi, uomini o donne che allenano, abbiamo pregi e difetti. Le competenze tecnico/tattiche sono molto importanti, a qualunque livello, dalle categorie più basse alla serie A. Importantissimo è saper comunicare ed avere carisma, aver la capacità di farti capire. Molto spesso l’aggiornamento e lo studio aiutano, ma a mio parere la leadership è una forma innata, che può essere affinata, ma è una dote che si ha o meno. Io cerco di studiare sempre come migliorare dal punto di vista tecnico tattico, provando dinamiche differenti, senza rinnegare il passato. Il calcio però è anche altro, bisogna conoscere il campionato e le squadre che ci giocano, fornendo alla squadra delle dinamiche di gioco che siano bene organizzate prima di essere sperimentate in campo.

 

2017-03-22T20:05:20+00:00