Le 5 domande di Football Mental Academy a… Alberigo (Chicco) Evani

Le nostre 5 domande questa settimana sono per il selezionatore della Nazionale Under 20 Chicco Evani, nonché indimenticabile calciatore del grande Milan di Arrigo Sacchi. In questa intervista esclusiva Evani sottolinea come gli aspetti psicologici, motivazionali e di crescita mentale siano alla base del successo.

“Eravamo invincibili, perché ci avevano insegnato a sentirci invincibili…”

1) Tu che sei stato un giocatore di livello mondiale e che sei un allenatore del Club Italia, quali pensi siano le aree che un allenatore deve sviluppare, in un mondo, non solo calcistico, che sta cambiando continuamente?

Nel calcio moderno ritengo che debba essere dato ampio spazio alla cura degli aspetti psicologici e motivazionali.
La crescita mentale, piuttosto che fisica, ha più margine di miglioramento.
Ormai con i preparatori atletici, i macchinari e tutto quello che si ha a disposizione oggi per migliorare gli aspetti fisici, le differenze tra una squadra e un’altra, o tra il singolo giocatore e un altro sono limitate, mentre rendere forte e consapevole delle sue qualità un gruppo o un giocatore è quell’arma in più che può fare la differenza sul campo.

2) Hai giocato diversi anni in un club, il Milan, che è stato fra i primi, con l’introduzione del Milan Lab, a studiare i diversi aspetti che caratterizzano la prestazione del giocatore. Cosa ne pensi di questo approccio olistico?

Nel mio Milan non esisteva ancora il Milan Lab, ma l’aspetto psicofisico  era messo in primo piano.
Alternavamo sedute di rilassamento e concentrazione ad altre ad alto e intenso tasso motivazionale dettate dal mister. Venivano studiate le nostre reazioni e il nostro comportamento in base ai fattori che lo determinavano.
Eravamo “invincibili” anche perché ci avevano insegnato a sentirci “invincibili”, non trascurando mai il lato umano, perché se sul campo, in palestra, durante gli allenamenti, lavoravamo come delle macchine eravamo pur sempre uomini e il nostro lato umano e mentale era quello che andava maggiormente rafforzato.
Avevamo la percezione di noi stessi, per questo, non ci siamo mai posti limiti, ma ci siamo sempre dati una possibilità.

3) Il Club Italia tiene secondo te in debita considerazione l’aspetto mentale della prestazione?

Nel poco tempo che ho a disposizione con i miei ragazzi dell’Under 20 non penso di riuscire a incidere in quattro allenamenti, sul loro fisico o migliorare nell’immediato la tecnica di base; cerco di sfruttarli al meglio lavorando sull’aspetto tecnico/tattico per avere una compattezza di squadra ma che mette il giocatore nelle condizioni di dover sempre ragionare e quindi influenzare le loro menti.
Sono giocatori da formare anche caratterialmente, non sono più ragazzini ma nemmeno uomini.
Lo prevede il protocollo della Federazione di lavorare in quella direzione e di dare pillole di saggezza motivazionale e seguire il nostro codice etico.

4) Sei stato allenatore in un settore giovanile importante come quello del Milan, selezionatore ed ora allenatore nel Club Italia, attualmente dell’Under 20; hai lavorato con ragazzi dai 16 ai 20 anni.
Hai trovato differenze nell’approccio calcistico da parte di questi ragazzi rispetto a quello dei giocatori della tua generazione?

C’è molta differenza tra come vivevamo noi la convocazione in Nazionale, a come la vivono i ragazzi di oggi.
Io mi sentivo un prescelto, ero orgoglioso.
Per noi era un sogno di bambini che si realizzava, una ricompensa alle fatiche, un onore vero.
Era un punto di arrivo per noi e finita la parentesi Nazionale tornava a essere un punto di partenza per sperare di poterci tornare.
Ora i ragazzi la vivono come un obbligo, pensando di togliersi possibilità e soddisfazioni con il loro Club di appartenenza.
Per le società  a volte è un disturbo e in parte lo capisco anche se non mi piace molto questo atteggiamento ma il meccanismo è questo e mi adeguo.

5) Quale è la differenza delle richieste dal punto di vista mentale che hai riscontrato nei due diversi ruoli da te ricoperti, quello di calciatore e quello di allenatore?

Cerco di trasmettere ai miei giocatori il mio bagaglio di esperienza.
Chiedo e pretendo attenzione, chiedo e pretendo rispetto, chiedo e pretendo impegno.
Io faccio altrettanto,  perché penso da sempre che la miglior forma di comando sia l’esempio.
Per me il calcio era ed e’ tutt’oggi una parte del mio tutto, pari solo ai miei affetti più cari, vorrei che i miei ragazzi la pensassero come me.
Sono un uomo forte ma con debolezze e contraddizioni e me le sono sempre portate sul campo quando giocavo e anche ora che alleno.
Proprio questa consapevolezza è stata la mia forza, perché mi invogliava a migliorarmi sempre di più.
Mettevo il cuore nelle mie scarpe quando giocavo ora lo metto nelle mie parole, nelle mie indicazioni.
Cerco  di sviluppare il lavoro di squadra al meglio perché ritengo che le qualità e le individualità dei singoli possano essere esaltate da un lavoro corale .
Non amo gli individualisti e gli anarchici, preferisco chi si mette a disposizione della squadra anche se non tarpo mai le ali a nessuno, perché il calcio è anche estro è genialità.

 

 

2017-03-01T22:21:01+00:00