MENTE DA CAMPIONE: viaggio tra i calciatori che allenano la mente… CRISTIANO PICCINI

Avere degli obiettivi da perseguire e concentrarmi ogni giorno su di essi, questa è la mia forza principale. La voglia di migliorarmi e di lavorare sotto ogni aspetto (tecnico, fisico e mentale) sono essenziali per me.”

L’uso consapevole e costruttivo della mente è indubbiamente una delle chiavi del successo di Cristiano Piccini, classe 1992 esterno del Real Betis Balompiè, proveniente dalla Fiorentina dove è cresciuto calcisticamente. In questa intervista Cristiano ci svela i segreti “mentali” della sua evoluzione di uomo/calciatore.

La tua carriera è stata costellata da floridi successi personali ma al tempo stesso da gravi infortuni che ti hanno costretto a lunghi periodi di riposo forzato. In queste circostanze l’aspetto mentale gioca un ruolo rilevante nella gestione delle motivazioni, a cosa pensavi in quei momenti e nelle fasi della riabilitazione?

La mia carriera fin da piccolo è sempre stata in salita a causa di un ritardo nello sviluppo fisico, ero penalizzato rispetto a tanti miei compagni già maturati fisicamente, ciò nonostante nella mia testa albergava un pensiero fisso, diventare un calciatore professionista, alla fine il lavoro e i sacrifici che ho fatto sono stati ripagati. Successivamente sono arrivati gli infortuni, due anni sciagurati con una frattura vertebrale, varie rotture muscolari e per finire la lesione del crociato nella partita col Villamarin (Gennaio 2013 ndr). Indubbiamente sono stati momenti difficili, nei quali spesso mi scendeva qualche lacrima di rabbia mista a disperazione, soprattutto dopo l’operazione al ginocchio, ma è proprio da quest’ultimo infortunio che sono ripartito, trasferendo quella mia rabbia interiore sul lavoro giornaliero. Volevo ritornare in campo al più presto. Ogni sera quando andavo a dormire avevo la necessità di sentirmi in pace con me stesso, sapendo che avevo fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità, dall’alimentazione al riposo, dal lavoro sul campo all’allenamento mentale. Non ho mai avuto dubbi che sarei tornato a giocare, forse all’inizio avevo un pò di timore che potesse ripetersi quel brutto infortunio, ma poi alla fine riuscivo a pensare diversamente sapendo che le paure intese come limiti mentali non esistono, ma siamo noi a crearle e alimentarle nella nostra testa e spesso senza ragione, me lo ripetevo spesso durante la pre-temporada (il nostro ritiro pre campionato ndr).

Parliamo di allenamento mentale. Hai iniziato a praticarlo durante la tua stagione a Livorno, raccontaci il tuo impatto iniziale con questa disciplina e con il tuo Mental Coach, e quando ti sei accorto dei primi benefici?

Venivo da una stagione difficile soprattutto a livello extra sportivo tanto che non riuscivo più a concentrarmi e a dare il mio meglio in allenamento e in partita. Il mio procuratore allora mi parlò di Stefano Tavoletti, una persona che allenava la mente. Premetto che sono sempre stato molto sicuro di me stesso, per cui all’inizio ero molto scettico, pensavo si trattasse di una di quelle attività delle quali hanno bisogno le persone insicure e deboli, ma accettai ugualmente di conoscerlo e dopo averlo incontrato decisi di provare. Ammetto che tutto quello che pensavo si dissolse quasi subito, capii l’importanza di preparare la mente alla performance e da li a poco iniziai a trarne tangibili benefici.

Tra le tecniche mentali che utilizzi, prediligi in particolar modo gli esercizi di visualizzazione e di rilassamento, cosa puoi dirci a riguardo?

 La visualizzazione è una tecnica molto potente che ti aiuta ad anticipare mentalmente ciò che vorresti che accadesse in campo. Nella partita reale capita spesso di avere come dei “flashback” di ciò che durante la settimana avevi immaginato vividamente, questo ti fa sentire pronto a comportarti in maniera adeguata di fronte agli eventi. Il rilassamento è un’altra attività molto importante che oltre a far riposare mente e corpo, ti permette di affrontare la performance senza eccessive tensioni e di staccare la spina nel recupero post partita.

Questa è la tua terza stagione a Siviglia, cosa ti è particolarmente rimasto impresso della tua esperienza spagnola e cosa ti manca dell’Italia?

La mia esperienza in Spagna come ho detto prima è stata caratterizzata da tante vicissitudini che mi hanno insegnato a soffrire e a curare ogni minimo dettaglio in modo tale da essere sempre al meglio di me stesso, dell’Italia mi mancano la mia famiglia e il cibo, per il resto qui a Siviglia si sta più che bene.

Cosa significa per un ragazzo di grandi valori come te giocare nel Betis di Siviglia e come vivi il Beticismo?

Giocare nel Betis significa rappresentare milioni di persone, il Beticismo è un vero e proprio sentimento, solo chi ne assapora l’essenza può rendersene conto, per il resto ogni giorno voglio dare sempre il meglio di me stesso, a volte ci riesco e altre no, ma l’importante è non smettere mai di continuare a lottare, uscire dal campo consapevoli di aver dato tutto quello che avevi.

Tra gli obiettivi che ti sei posto, ovviamente c’è anche la nazionale, quanto credi di raggiungerla e cosa farai a tal proposito a livello tecnico, fisico e mentale?

Io lavoro ogni giorno con l’obiettivo di essere sempre la migliore versione di me stesso, questo è ciò in cui credo, il resto sarà solo una conseguenza naturale…

Prestazioni costanti di alto livello dipendono da una concentrazione di alto livello. E’ solo con un giusto approccio mentale e una forte motivazione che si riesce ad andare oltre, trasformando i propri sogni in realtà. La ricerca della continuità è compiuta quando si riesce a rispettare con costanza quella concentrazione che ti porta a ottenere i migliori risultati. Cristiano questo lo sa… e infatti allena la sua mente al pari del suo corpo per liberare se stesso e programmarsi al successo.

 

Gioco per vincere, sia in allenamento che in partita. E non lascerò che nulla intralci me e il mio entusiasmo per la vittoria” 

(Michael Jordan)

 

A cura di Stefano Tavoletti

2017-03-18T15:14:16+00:00