Le 5 domande di Football Mental Academy a… Stefano Sottili

Questa settimana le nostre 5 domande sono per uno degli allenatori più preparati del circuito nazionale, da anni alla guida delle migliori squadre di lega Pro, pronto ormai alla definitiva consacrazione nelle categorie più blasonate del calcio italiano: Stefano Sottili, che ci ha risposto con la consueta, per lui, gentilezza, fornendo con garbo degli spunti interessantissimi.


1) La tua carriera calcistica ti ha portato praticamente in tutta Italia: da giocatore hai toccato la serie A con l’Atalanta ed hai giocato dei campionati importantissimi di serie B e serie C; da allenatore hai già ottenuto due promozioni in prima divisione col Carpi e col Venezia, arrivando ad allenare in serie B il Varese. Quali pensi siano le aree che un allenatore deve sviluppare, in un mondo, non solo calcistico, che sta cambiando velocemente?

Credo che una buona base culturale sia indispensabile. Sembrerà un po’ semplicistica come risposta ma fondamentalmente, più si è colti , meglio è. Occorre sapersi rapportare con tanti tipi di persone che quotidianamente ti “valutano” e giudicano non soltanto per i risultati calcistici ma anche per ciò che comunichiamo. Ecco, negli ultimi anni si è data grande importanza alla qualità della comunicazione, sia quella “pubblica” attraverso la stampa o i social, sia quella con la squadra e le persone che lavorano con e per noi.

2) Che ne pensi della figura dell’allenatore nell’attuale panorama calcistico italiano?

In tutte le categorie, dai pulcini alla serie A, è….. complicato! Spesso, questa passione/professione , ti porta a dover gestire o subire situazioni conflittuali. Ci si può trovare di fronte un genitore invadente o maleducato, o in società si può diventare capi espiatori degli errori altrui. Abbiamo però la grande opportunità di poter mandare dei messaggi, di poter “educare” i nostri giocatori ed i nostri dirigenti, di migliorare chi lavora con e per noi e di sfruttare ed ottimizzare al meglio le risorse umane che abbiamo a disposizione.

3) Parlaci dell’importanza di uno staff tecnico, in questo momento economico che a volte obbliga a mediare le necessità di un allenatore con i mezzi messi a disposizione dalla società. Quali sono le criticità? Quali sono le priorità con le quali scegli i collaboratori? Cosa aggiungeresti al tuo staff?

Per lavorare in ambito professionistico, lo staff Tecnico deve essere composto almeno da quattro elementi: Allenatore in prima, Allenatore in seconda, Preparatore atletico e Allenatore dei portieri. Le difficoltà a volte sono legate ai componenti dello staff legati alla società, per due semplici motivi. Il primo è che ci si trova a dover intraprendere insieme un percorso lavorativo completamente nuovo; il secondo, dover lasciare i collaboratori con i quali hai lavorato per più stagioni. Quando ho l’opportunità di scegliere, cerco persone competenti, aperte mentalmente, curiose e disposte al confronto libero, aperto e costruttivo. Ovviamente poi le linee guida dei micro e macro-cicli lavorativi, saranno sì condivisi, ma decisi in ultima parola dall’Allenatore in prima. Inoltre, potendo, aggiungerei altre figure: un preparatore che si occupa del recupero infortunati, un collaboratore tecnico che stia con noi durante la settimana e che vada a vedere le partite dei nostri avversari e un mental Coach che mi affianchi e che mi aiuti a capire e correggere i comportamenti miei, dei miei collaboratori e dei calciatori.

4) Hai vissuto l’esperienza a nostro a parere molto impegnativa del ruolo allenatore/giocatore, prima di diventare a tutti gli effetti allenatore. Cosa è cambiato nei tre periodi della tua carriera, quello da giocatore, da allenatore/giocatore e da allenatore, dal punto di vista puramente mentale? Quali sono le diverse richieste? Il punto di vista da allenatore ti ha fatto vedere con nuovo occhio esperienze da giocatore? E viceversa, hai usato le esperienze maturate da calciatore nell’ analizzare situazioni che si sono presentate nel tuo lavoro di coach? E nel periodo in cui ricoprivi entrambi i ruoli?

La differenza è notevole. Il giocatore è impegnato mentalmente solo quando arriva al campo, mentre da allenatore (stessa cosa da giocatore/allenatore) non si stacca mai la spina. Il pensiero del lavoro è presente anche quando leggo, guardo la TV o anche durante una semplice camminata. Vedo tutto da un altro punto di vista. Capisco e rispetto anche gli altri, ma cerco di non farmi condizionare dagli umori altrui. Ovviamente le esperienze aiutano a crescere, a gestire al meglio con più certezze ciò che dovremo affrontare e le varie situazioni da risolvere. Questo è sempre stato un aspetto che ho cercato di curare. Quando si presenta un problema o una difficoltà (di qualsiasi genere), vado sempre alla ricerca della miglior e più veloce soluzione possibile.

5) Oltre allo splendido campionato che stai disputando col tuo Arezzo, hai sicuramente obiettivi di crescita personale nel medio periodo; quali sono? Quale aspetto di te vorresti migliorare?

Credo sia normale averne. Non avere obiettivi significa essere inconsciamente in parabola discendente. Ho in testa un obiettivo ben preciso, ma siccome attualmente troppo lontano dalla realtà, non lo dico. Non vorrei passare per pazzo o presuntuoso. La certezza è che metterò anima e cuore per raggiungerlo. Un aspetto che vorrei migliorare??? Ne ho troppi, uno solo è troppo poco!

Molti sono gli spunti che si possono trarre dalle parole di un allenatore che , oltre ad essere tecnicamente preparatissimo e bravo a comunicare, come dimostrano anche le pubblicazioni che fa per riviste nazionali specializzate, è attento a tutti gli aspetti che coinvolgono il sistema squadra. Grazie Stefano, e continua così, anzi, come hai sottolineato nell’ultima domanda, continua a cercare di migliorarti, giorno dopo giorno.

A cura di Pier Francesco Battistini

2017-02-01T16:40:06+00:00